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Galere

Riprendiamo una notizia del 15 aprile 2013.

Fonte: immigrazioneoggi.it

Ragusa: il vecchio Cie si trasforma in un Centro polifunzionale per l’inserimento lavorativo degli immigrati.
Giovedì prossimo l’inizio dei lavori alla presenza del Prefetto.
Il vecchio Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ragusa da giovedì prossimo sarà adibito a Centro polifunzionale per l’inserimento sociale e lavorativo degli immigrati.
Dopo un lungo e complesso iter, giovedì prossimo inizieranno i lavori di adeguamento della struttura immobiliare di viale Colajanni.
Alla consegna dei lavori parteciperanno il commissario del Comune capoluogo, Margherita Rizza, ed il prefetto, Annunziato Vardè. L’importo complessivo dei lavori ammonta ad un milione e 411 mila euro.
Il 50% sarà finanziato con i fondi F.E.R.S. ed il restante 50% con i fondi di co-finanziamento nazionale del 15 giugno 2007 deliberati dal Cipe. Il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno, con il decreto 18 del 2013, ha approvato il contratto stipulato tra il Comune di Ragusa e l’Associazione temporanea di imprese Laudani Alfredo.
(Red.)

ROBERTA-LULLI-FOTO

Sono arrivata sull’isola in una mattina di sole. E ho trovato Akin, 16 anni, che da grande vuole fare il calciatore

Elasti

Akin viene dal Mali e indossa delle buffe scarpe nere, eleganti e lucide, che stridono con le calze di spugna e la tuta da ginnastica. Ha i ricci e l’andatura sghemba e goffa di chi è cresciuto da poco, troppo in fretta, e ancora non si è abituato ad abitare il suo nuovo corpo da gigante. È arrivato, due mesi fa, dopo una fuga solitaria dal suo paese in guerra e un lungo viaggio attraverso l’Algeria. Solo per passare il mare ha pagato 1.400 dollari, la tariffa standard, democraticamente uguale per tutti. Ha sedici anni e, per questo, è un MSNA, minore straniero non accompagnato.

«Da grande voglio fare il calciatore. È quello che so fare meglio», dice, con il sorriso timido del bambino e la spavalda determinazione dell’uomo, perché la sua è una buffa età, ibrida e contraddittoria. «E se non ti riesce, di fare il calciatore?». L’insuccesso è un’ipotesi non contemplata. Ride e torna a sdraiarsi sul materasso al piano di sotto di uno dei quattro letti a castello della stanza che divide con altri sette minorenni, come lui, al Centro di primo soccorso e accoglienza (CPSA) di Contrada Imbriacola, a Lampedusa.

Questo centro, come altri, a Pozzallo e a Cagliari, sono pensati per accogliere i migranti intercettati in mare, trattenendoli un tempo limitato (nelle intenzioni 48 ore in media), necessario per fornire loro i primi soccorsi, per poi trasferirli in altre strutture idonee alle singole situazioni o, nei casi previsti dalla legge, procedere all’espulsione con allontanamento coatto.

Tuttavia Akin, che dovrebbe godere dei diritti dei minorenni e di quelli dei richiedenti asilo,  è qui da due mesi. E aspetta, insieme ad altri 36 minori come lui, 33 donne e, separati da un grande cancello bianco presidiato da soldati in tuta mimetica, 161 uomini, quasi tutti approdati, soprattutto dall’Africa Subsahariana, tra novembre e dicembre, in questo porto di ingresso all’Italia e all’Europa, remoto e sospeso.

Andato in fiamme nel settembre 2011 e dichiarato nuovamente agibile nel luglio dell’anno scorso, il centro periodicamente si riempie a dismisura, ben oltre la sua capacità di accoglienza, pari a 250 persone. A dicembre ha raggiunto un picco di mille persone, per lo più tunisini, respinti immediatamente in patria, dopo che in novembre il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini aveva lanciato un appello all’Unione europea, domandando quanto dovesse essere grande il cimitero di questa isola piccola, che deve offrire sepoltura ai corpi dei migranti che il mare restituisce, in una tragedia che non fa rumore, per indifferenza o assuefazione.

Arrivo al centro un lunedì mattina di sole in un pieno inverno che qui sembra primavera. Mi fermo davanti a un alto cancello arrugginito e sbarrato. Un cartello grigio, quadrato, dice: «Ministero dell’Interno. Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione». C’è scritto proprio «libertà», davanti a un ingresso da cui è vietato uscire «per motivi di sicurezza».

Nel 2011, secondo il Dossier Statistico Immigrazione della Caritas, gli sbarchi dal Nord Africa, confluiti per lo più a Lampedusa, hanno coinvolto circa 60.000 persone, in partenza da Tunisia e Libia.

Queste decine di migliaia di persone – molti profughi che chiederanno asilo (nel 2011 le richieste sono state 37.350 in Italia, di cui 7.155 accolte) – sono giunte in questo spettacolare avamposto sul mare e sono state accolte qui, dietro questo cancello, con la scritta Libertà appiccicata sopra. Una scritta e un luogo che sono una mano tesa, un biglietto da visita appannato, un primo impatto, un’immagine che si imprimerà nella memoria, una promessa o una minaccia di futuro, la forma dell’accoglienza, il messaggio che vogliamo dare loro. Quello che qui, dove due giorni diventano anche due mesi, conosceranno di noi dirà loro chi siamo, come siamo e quale sarà la nostra interazione futura. Perché questa frontiera, come ogni frontiera, è la nostra porta di casa.

Oggi a Contrada Imbriacola, complice il recente mare mosso, non ci sono emergenze, gli ultimi sbarchi risalgono a Natale e il numero di ospiti è inferiore alla capienza massima. Eppure il centro, la nostra porta, è un presidio militare. Ci sono l’esercito, l’aeronautica, i carabinieri, la polizia e due ambulanze. Questo è un luogo di confino da cui è vietato uscire, anche se «La libertà personale è inviolabile e non è possibile limitare i movimenti e le azioni di nessuno», dice la Costituzione.

Akin è minorenne e in un CPSA non potrebbe restare. Lo stabiliscono la Convenzione Onu per i diritti del fanciullo e la legge italiana per cui lui, e gli altri minorenni stranieri non accompagnati, dovrebbero essere inseriti immediatamente in un percorso di tutela e protezione, riducendo i rischi che finiscano in una rete di sfruttamento. E invece è qui, ad aspettare di diventare calciatore, con le sue scarpe eleganti e la sua tuta da ginnastica.

Nel cortile, alcune ragazze, sui vent’anni, giocano a pallavolo, altre guardano il vuoto, davanti alla macchinetta del caffè.

Saida faceva la maestra elementare. È eritrea, come molti nel centro. Ha disertato il servizio militare, obbligatorio anche per le donne, perché, rimasta orfana, doveva occuparsi delle sorelle piccole. «Se non fossi fuggita mi avrebbero arrestata». Ha attraversato la Libia, è stata in prigione un mese, ha subito soprusi, violenze, angherie. Ora è qui, senza poter uscire, con una tessera con il nome che dà diritto ai pasti in mensa, cercando di farsi bastare una minuscola saponetta, lo shampoo, le scarpe logore, la scheda telefonica e i pochi assorbenti distribuiti per il tempo indefinito in cui è condannata a restare, prima di essere trasferita in un centro per richiedenti asilo.

«Qualche giorno fa c’è stata una discussione con un operatore del centro. Mi ha strattonata e dato un calcio. ‘Io ti cancello’, mi ha detto. Non so cosa intendesse ma ho avuto paura», racconta.

«Siamo venuti in Europa per trovare sicurezza, per essere protetti. Io però non mi sento sicuro. Mancano le regole oppure cambiano da un giorno all’altro», dichiara Iris, etiope.

«Voglio sapere quando uscirò di qui. Sono scappato dalla Nigeria, con mia moglie e i nostri due gemelli di un anno. Li ho lasciati in Ghana, quando mi sono reso conto che il nostro viaggio sarebbe stato troppo pericoloso. Ora non so più dove sono», racconta Ayo.

Lampedusa è la nostra porta. A Lampedusa il sindaco seppellisce morti di nessuno e di tutti, chi dovrebbe accogliere malmena e cancella, chi ha diritto di essere accolto ha paura, chi avrebbe bisogno di essere accudito viene dimenticato su un materasso, al primo piano di un letto a castello su cui campeggia la scritta «Never give up», non mollare mai. A Lampedusa, un pescatore che lancia una cima a una barca di migranti in difficoltà rischia una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e il sequestro del suo natante.

È questo il biglietto da visita che vogliamo porgere? Queste le immagini che vogliamo imprimere nella loro memoria? Questa è la forma che vogliamo dare alla nostra interazione? Io credo di no. Perché i diritti umani sono indivisibili e la loro violazione nuoce a tutti, noi in primis. Perché l’accoglienza che offriamo parla a loro ma, soprattutto parla di noi, di quello che siamo e di quello che vogliamo diventare.

Chi dice frontiera dice legaccio. Sciogliete i legacci, cancellate le frontiere, eliminate il doganiere, eliminate il soldato, in altre parole, siate liberi. La pace seguirà.

Lo diceva Victor Hugo, al Congresso della Pace di Losanna, nel 1869.

Versione ridotta dell’articolo pubblicata su D di Repubblica, sabato 13 aprile 2013:

 http://d.repubblica.it/dmemory/2013/04/06/attualita/news/167mar835167.html

Foto di Roberta Lulli

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“Nella fabbrica degli immigrati” inchiesta di Gianfranco Turano, pubblicata l’11 aprile su L’Espresso.

Il CARA è centro d’accoglienza che occupa gli spazi di un vecchio aeroporto militare e si trova  su una strada statale a 15 km da Crotone, quasi altrettanti dall’altro centro abitato di Isola Capo Rizzuto.

Il centro d’accoglienza più grande d’Italia. Un business da venti milioni l’anno e due uomini alla guardia.

La struttura del CPA/CARA condivide l’ingresso con il CIE.

L’ Espresso è andato a vedere.

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Alessandro Bergonzoni
Di cosa si tratta? Di come si trattano: uomini, esseri, popoli ma soprattutto di come non si possa più trattare con chi ricatta il giusto, quindi non si tratta. E  non si tratta solo di governi, società,  norme uccise, ma di enorme scansato, meraviglia asfissiata, diritto alla tenerezza, come ho scritto anni fà parlando di prigione, briciole che bruciano. 
Non volevo provare “invidia e gelosia” per quei politici come Luigi Manconi e la sua associazione A Buon Diritto che entrano nei Cie, per riempire quel vuoto che è già alibi; non volevo essere obbligato a vedere attraverso altri che “per fortuna” hanno potuto raccontare per amore. Amore che non definirei nemmeno più sentimento, ma insieme d’altezze, somma somma.
Lo dico entrando in questo luogo dell’oltre altrui, della mala-vita strana, straniera e estraniante. Cosa dicono le statistiche, i numeri  o la costituzione (bella ma inesistente se chi non ha una costituzione interiore non la applica né la fa rispettare) non mi interesserebbe. Non mi interesserebbe quasi più sapere chi chiuderà questi purgatori non danteschi, inferni a cielo perso; per assurdo non mi interesserebbe più perché oggi vorrei parlare non degli  ennesimi sensi, odore, rumore, vista, tatto, senso di impotenza che mi hanno avvolto e abbracciato stretto nella mia visita al CIE di Ponte Galeria; ma vorrei dire della nuova paura, non quella che prova chiunque ci entri e non c’entra nè quella dovuta al peccato di distanza, cioè il distacco della politica da queste vite e inesistenze, ma quella nuova dovuta al distacco di una retina interiore, che non ci fa più vedere altro che l’effetto dello scandalo, o il turbamento a orologeria da servizio televisivo. Ho paura che l’abitudine a quello che non riusciamo a vedere, abbia fatto il suo sporco dovere, che rende vano il cambio di senso nei confronti di quell’inguardabile, di quell’ingiusto che qui ammazza senza far morire (meno di quel che potrebbe). Non mi soffermerò sull’igiene né mi fermerò sulla poca intimità né sulle solitudini, cattività e gabbie da zoo. Non dirò di chi vive in questa prigione pur non dovendo stare in una galera, perché qui non per reati ma per attendere, saper cosa fare, dove andare. L’aspetto a cui tengo è legato a una rivoluzione interiore di chi non è più interessato a vivere e subire queste paure e impotenze, ad “accontentarsi” del lavoro che la giurisprudenza e il diritto potranno e dovranno fare, per cancellare questi imposti, luoghi del tempo condannato.
Parlo agli interessati di quel moto ulteriore che ci chiama; l’ora è scoccata e chiede di trasformare l’urgenza umanitario-antropologica in moto interiore, in intenzione artistica, poetica e spirituale che  predisponga a cambiare giudizio, vergogna, volontà, missione, decenza, connivenza, a cambiar rassegnazione. Mi rivolgo a chi vuole cambiare questo pensiero con un altro, che non resterà tale se manderà onde e frequenze diverse, anche da casa, nascosti in noi che non vogliamo o non possiamo vedere tutto quello che accade a chi soffre dei nostri pensieri non pervenuti, insieme alle mancate azioni. Una rete che non è quella di cui parliamo tanto (che può servire a fare altre rivoluzioni, certo irrimandabili, ma è altra cosa). Manca un’altra forma di espressione, un altro tam tam apparentemente subliminale: nasce dentro, per immedesimazione continua e produce pensiero elettrico, luce che corre come la luce, cambia buio, senso e sensi. È una rivoluzione apparentemente silente quella che chiama, è vocazione, è l’ante-politica, un prima che se non si forma non può far mutare: né il politico, né il legislatore, né lo stato, né le cose che lo compongono. È infatti il cambio di stato che ci è chiesto: lo stato nostro. Quello che continuiamo a demandare agli altri grati per il loro eroismo, la loro missione, il loro pontificato, il loro esempio. Ecco la rivoluzione: dalla “loro “alla  “nostra”. Come da altri incontri che continuo a fare con Manconi su detenzione, pena, malattia, anche qui si tratta di far da ponte su tutte queste vite sospese tra una sponda e l’altra cioè, in questo caso, tra migranti e quelli a cui abbiamo demandato il compito di risolvere: noi siamo ponte. Fine degli esempi.
 
Fonte: La Repubblica  22 aprile 2013
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