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da www.unita.it

Qualche giorno fa sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui lo scorso 18 luglio erano state scarcerate – dopo sei mesi di custodia cautelare – otto persone coinvolte in una rivolta avvenuta nel mese di gennaio all’interno del centro di identificazione ed espulsione milanese di via Corelli. I reati inizialmente contestati erano quelli di devastazione, danneggiamento e incendio per cui è prevista una pena minima di otto anni e, in seguito, proprio dal Tribunale di Milano, erano stati derubricati in “danneggiamento aggravato”.
La rivolta era stata scatenata al culmine di un periodo nero delle condizioni di vita nel centro, tanto che nel 2011 erano stati segnalati numerosi tentativi di suicidio e di evasione. Inoltre le persone trattenute avevano più volte evidenziato l’ossessivo controllo da parte delle forze dell’ordine lì presenti. Ed è proprio questo l’aspetto cruciale emerso durante l’indagine, come si può apprendere dalla sentenza:
“L’analisi svolta ha consentito di illustrare il contesto in cui si sono realizzati i fatti, contesto oggettivamente caratterizzato da consistenti limitazioni della libertà personale e come tale vissuto dagli imputati. Il collegio ha volto attenzione particolare alla regola che da ottobre 2010 ha imposto il divieto dell’uso di telefoni cellulari, regola che ha determinato una consistente contrazione della libertà di comunicazione senza che appaiano evidenti le ragioni della sua utilità e ragionevolezza, tenuto anche conto del fatto che la stessa non è applicata in tutti i centri di identificazione ed espulsione. Si ricordi, infatti, che tale imposizione ha reso in concreto oltremodo difficile la possibilità di comunicare per gli ospiti del centro e che il rispetto della norma è garantito attraverso forme di controllo nell’ambito di procedure realizzate senza la presenza di un interprete e, quindi, talvolta difficilmente comprensibili dai trattenuti”.
Una situazione, quella descritta, talmente critica che martedì scorso è stata presentata un’interrogazione parlamentare che vede come prima firmataria la deputata Rita Bernardini.
Il centro milanese non rappresenta però una rarità, bensì la reale situazione della maggior parte dei centri di identificazione ed espulsione in Italia, che rimangono dei luoghi da cui è davvero difficile uscire indenni. E di questo non mancano le testimonianze. Si veda ad esempio il filmato, In nome del popolo italiano, girato nel Cie di Ponte Galeria da Stefano Liberti e Gabriele Del Grande: una serie di immagini accompagnate dalle voci inquietanti delle persone lì trattenute; oppure si legga il rapporto di Medici per i diritti umani sulle condizioni sanitarie dei Cie da cui emergono storie di persone senza voce, senza diritti, senza tempo. Ed è anche grazie a questo lavoro di monitoraggio che qualche settimana fa è stato chiuso il Cie di Lamezia Terme. Un posto, quello, la cui condizione era stata definita “preoccupante” dallo stesso sindaco. In forza di quest’ultimo successo non bisogna interrompere l’azione di vigilanza e di denuncia.

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da www.cirdi.org 

Nei CIE si rimane rinchiusi anche quando si dovrebbe essere ricoverati in ospedale o accolti in una struttura di assistenza e cura. La dignità della persona e il diritto alla salute per i migranti irregolari non esistono più.
Si è svolta lunedì 22 ottobre l’udienza di convalida per la proroga del trattenimento di un cittadino tunisino che a seguito di un tentativo di fuga dal Centro di identificazione ed espulsione di Milo, alcune settimane fa, ha riportato fratture multiple ad entrambi i talloni, e non può nè sostenersi sulle gambe, nè tanto meno deambulare. Dopo la sua dimissione dall’ospedale di Trapani, nonostante la disponibilità apparente della Prefettura per una diversa sistemazione, e malgrado la disponibilità dimostrata da diversi soggetti privati disponibili a prestare accoglienza ed assistenza a Taha, questi veniva ricondotto dalla polizia all’interno del CIE di Milo; malgrado il medico che opera all’interno del centro avesse stilato pochi giorni prima un’attestazione di incompatibilità a permanere all’interno della struttura, proprio per l’impossibilità del ragazzo di alzarsi sulle gambe e, quindi, con evidente impossibilità di provvedere autonomamente ai bisogni fisiologici ed all’igiene personale, oltre che di ricevere le cure adeguate per il recupero della funzione degli arti.
Nella mattina di lunedì scorso, davanti al giudice della convalida della proroga del trattenimento, proprio mentre l’avvocato Buscaino del foro di Trapani si apprestava a far valere quanto attestato dalla certificazione sanitaria rilasciata dall’autorità sanitaria in favore del ragazzo, chiedendo di non prorogare la misura restrittiva, veniva recapitato da parte dell’ ente gestore Oasi un nuovo certificato medico, redatto dallo stesso sanitario che aveva precedentemente certificato l’incompatibilità alla permanenza nel CIE del giovane, che questa volta attestava la compatibilità alla permanenza dell’”ospite” in un centro di detenzione (perché di questo si tratta e non certo di un hotel), dal momento che era stato previsto che due crocerossine venissero una volta al giorno (la mattina) a lavarlo e aiutarlo ad espletare i bisogni fisiologici.
Il giudice di pace ha dunque convalidato la proroga del trattenimento, sembrerebbe una strana proroga a tempo, pur stabilendo che le crocerossine visitino il ragazzo almeno due volte al giorno. Il giudice ha inoltre disposto una nuova visita medica diretta a verificare la compatibilità delle condizioni fisiche del ragazzo con la permanenza all’interno del CIE di Milo.
Appare a tutti evidente, meno che alla questura di Trapani ed al ministero dell’interno che in queste circostanze viene sicuramente consultato, che in queste condizioni una persona non può stare all’interno di un CIE. Quanto sta avvenendo a Trapani configura un trattamento inumano vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, ed il comportamento delle autorità amministrative potrebbe incidere negativamente sulle possibilità di guarigione del ragazzo dopo fratture così gravi, in modo da compromettere il diritto alla salute della persona, garantito a tutti, immigrati irregolari compresi, dall’art. 32 della Costituzione italiana, e creare i presupposti per una azione di risarcimento nei confronti dello stato per i danni causati dall’omissione dei trattamenti medici prescritti per casi simili.

Sbarchi Lampedusa

a www.unimondo.org

di Giacomo Zandonini

Quando, nell’agosto 2011, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite lo ha nominato special rapporteur sui diritti dei migranti, François Crépeau non ha esitato troppo. Ha guardato agli ultimi vent’anni di una carriera ormai trentennale nel mondo dell’università, in Canada e in Europa, e ha scelto uno dei campi di studio a cui si era dedicato di più. “La scelta delle politiche e delle pratiche dell’Unione Europea come area tematica è stata rapida – racconta – perché è un argomento che studio dagli anni ’90. Una familiarità che mi avrebbe permesso di arrivare in tempi brevi a stendere un rapporto serio e completo”. Crépeau, classe 1960, è uno dei 36 incaricati delle Nazioni Unite per le “procedure speciali”, fra i principali meccanismi approntati dalla Commissione per i Diritti Umani (dal 2008 si parla di “consiglio”) per monitorare la situazione dei diritti civili, sociali, politici, economici e culturali in tutto il mondo. Si tratta di esperti indipendenti, che nel loro mandato godono di un’ampia libertà di indagine. Libertà che gli permette di realizzare indagini sul campo, di promuovere e di partecipare a incontri istituzionali e di dedicarsi alla ricerca accademica, per poi condensare le conclusioni in un rapporto annuale
L’itinerario di Crépeau è nato strada facendo. “Nel dicembre 2011 ho visitato l’Albania e il viaggio mi ha confermato nella scelta di indagare l’impatto sui migranti delle politiche europee. Ho deciso di continuare visitando alcuni fra i confini più “caldi”, più rischiosi per i migranti, più utilizzati e di conseguenza più presidiati, ovvero quello fra Tunisia e Italia e quello fra Grecia e Turchia”. Non sono gli unici territori di rilievo, ci tiene a sottolineare, ma “permettono di effettuare una comparazione e di raggiungere più facilmente l’opinione pubblica internazionale, cosa che il confine fra Spagna e Marocco, importante negli anni ’90, e quello a est con Moldavia e Ucraina, non avrebbero offerto”.
Un viaggio sulle tracce dei migranti, che ha portato il rapporteur a partecipare a diversi meeting internazionali e a programmare per il 2012 una visita alle istituzioni europee e quattro country visits nei paesi individuati, sfruttando il sistema degli “inviti aperti” nei confronti degli incaricati per le procedure speciali, a cui avevano aderito tutti gli stati scelti. Dopo le visite in Tunisia e in Turchia, dal 30 settembre all’8 ottobre ha attraversato l’Italia, incontrando organizzazioni non governative, funzionari statali, forze dell’ordine, avvocati e attivisti e arrivando a stendere un breve rapporto preliminare. “Ho indicato sei raccomandazioni per il governo italiano, indispensabili per poter garantire una tutela dei migranti, soprattutto delle persone più vulnerabili”.
Il sistema di detenzione è fra gli aspetti su cui ha insistito di più. “Le condizione di detenzione dei migranti in soggiorno irregolare sono irrispettose in tutto il mondo, anche perché regolate dal diritto amministrativo, che generalmente tutela meno di quello penale. In Italia ho visto scarsa chiarezza sulle responsabilità, sui ruoli. I Centri di Identificazione e Espulsione ad esempio, gestiti da privati, non sono supervisionati da un’autorità indipendente che garantisca standard minimi”. Con l’effetto di creare disparità non motivate, in un sistema che già penalizza i migranti: “in due dei tre C.I.E. che ho visitato, quello di Milo – Trapani e quello di Ponte Galeria, a Roma, le condizioni abitative erano scadenti. È difficile capire perché in un centro i detenuti non potevano avere carta e matita e nell’altro sì, possiamo dunque immaginare per tutti gli importanti servizi a cui dovrebbero accedere”. Diversa la situazione individuata nel terzo C.I.E., quello di Bari Palese. “A Bari le autorità collaborano con i detenuti, cercano di individualizzare i percorsi dei reclusi e per questo l’atmosfera appare decisamente migliore.
Un altro elemento chiave è quello dell’identificazione: a Bari dopo sei mesi, se la persona non è ancora identificata, viene rilasciata, nonostante la legge preveda di poter estendere la permanenza nel centro a 18 mesi. Una misura umana e efficace, il contrario di quanto ho registrato a Trapani, dove un cittadino tunisino ha raccontato di aver visto ben 14 volte le autorità del suo paese senza che ne confermassero l’identità, restando dunque recluso senza alcuna prospettiva”. Il problema dell’identificazione non riguarda solo le autorità consolari, non sempre collaborative, ma anche il sistema carcerario: “a Roma l’80 per cento dei reclusi sconta una doppia pena, in quanto appena rilasciato dal carcere. Per questo ritengo ci debba essere un ufficio immigrazione all’interno dei penitenziari, per procedere all’identificazione appena possibile e non parcheggiare le persone nei C.I.E. in attesa dell’espulsione”.
La detenzione indiscriminata, sostiene Crépeau, “è frutto di una cultura che ragiona in base a identità collettive: ebrei, italiani, migranti regolari o irregolari. Tutelare i diritti umani significa però andare oltre le categorie per riconoscere la specificità di ogni persona e del suo percorso. E’ quello che va fatto anche nei C.I.E., dove ho incontrato stranieri nati o arrivati da bambini in Italia, o addirittura un piccolo imprenditore tunisino residente da 34 anni nel paese, con moglie e figli, bloccato in un centro perché le autorità di Tunisi non gli concedevano un lasciapassare per essere rimpatriato”. Fondamentali, per cambiare la situazione, sono “la nascita di un’ autorità nazionale di supervisione capace di uniformare le condizioni dei reclusi, adottando le buone pratiche di alcuni centri, e l’analisi seria delle alternative alla detenzione”.
Accanto alla detenzione, Crépeau ha riservato particolare attenzione ai minori stranieri non accompagnati. “A Roma – racconta – ho incontrato alcuni minori afghani che avevano tentato più volte di raggiungere l’Italia in traghetto, dalla Grecia, ma erano stati individuati dalle forze dell’ordine e rimandati indietro sulla stessa imbarcazione. Solo al quarto tentativo erano riusciti a sbarcare di nascosto”. Una pratica che viola doppiamente il diritto europeo e internazionale: da una parte perché la Corte Europea dei Diritti Umani (caso M.S.S. contro Grecia e Belgio, 2011) si è espressa contro i respingimenti verso la Grecia di potenziali richiedenti asilo, dall’altra perché “quando si prende una decisione per dei minori, deve sempre prevalere il loro interesse superiore. Le autorità devono quindi analizzare la situazione per valutare se possa riunirsi con la famiglia, piuttosto che raggiungere altri paesi, ritornare nel proprio o presentare richiesta di protezione internazionale”.
Nonostante la condanna dei respingimenti sanzionata dal caso Hirsi contro Italia nel 2011, “gli accordi di re-ammissione con alcuni paesi rischiano di violare diritti fondamentali. Nel giro di 72 ore egiziani e tunisini appena sbarcati nel sud Italia sono rimandati in patria in aereo, senza che un funzionario delle Nazioni Unite o di altri organismi possa incontrarli, come sarebbe nel loro diritto. Non sappiamo dunque se venga fatta un’analisi caso per caso, in grado di individuare eventuali necessità di protezione”. Rimane quindi il dubbio che in questi accordi “i diritti dei migranti siano in secondo piano rispetto a negoziazioni politiche e commerciali. In cambio del controllo dei confini, Turchia o Tunisia chiedono una liberalizzazione dei visti di ingresso negli stati europei, come in Albania, e altre facilitazioni”. Una negoziazione che però “non deve dimenticare di mettere al centro i diritti. Se l’Europa vuole appaltare agli stati confinanti il controllo delle frontiere, come nel caso dell’accordo fra Italia e Libia, deve appaltare anche la protezione dei diritti umani e assicurarsi che l’appalto venga rispettato”.
Il viaggio di Crépeau si concluderà a novembre con una visita in Grecia, terra di frontiera ancora più difficile dell’Italia. Poi, fino alla seduta annuale del Consiglio per i Diritti Umani, nel giugno 2013, proseguirà sulla carta, fino all’elaborazione di un rapporto finale. “Essere sedentari – sottolinea il rapporteur – è un’eccezione nella storia umana, confinata agli ultimi secoli. La migrazione è un’attività umana normale. Chi migra oggi non cerca visibilità, cerca anzi di nascondersi, di lavorare e mandare soldi a casa, dunque non rappresenta nessun rischio per la sicurezza”. Eppure gli stati, che hanno il compito di tutelare i diritti di tutti, anche in alto mare, “promuovono spesso una criminalizzazione dell’immigrazione irregolare, ovvero della più vulnerabile, e un eccezionalismo, che conducono a politiche irresponsabili e non supervisionate. Solo l’azione di tutela di magistrati e tribunali è riuscita a ridurre l’impatto di queste politiche”. Un’azione che l’Italia, sotto la lente anche del relatore dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, deve affiancare a quella di un’opinione pubblica preparata e attenta.

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www.repubblica.it

di Raffaella Cosentino

Dalla Cooperativa “Malgrado Tutto”, che gestisce il CIE (Centro di Indentificazione ed Espulsione) di Lamezia Terme, riceviamo il seguente comunicato con il quale si definisce “destituita di ogni fondamento” la notizia secondo la quale il CIE fosse stato chiuso 2, a causa delle pessime condizioni – denunciate da Medici per i Diritti Umani 3  (Medu) – nelle quali vevano le persone lì trattenute nella struttura. La notizia, nonostante la smerntita, è invece vera ed è stata confermata, prima che l’articolo fosse scritto, dalla Prefettura di Catanzaro e successivamente direttamente dal Viminale. Tuttavia, pubblichiamo lo stesso la lettera che la Cooperativa ci ha fatto pervenire.

La smentita che non smentisce.“Risulta essere destituito di ogni fondamento l’articolo apparso in data 19 ottobre 2012 su Repubblica. it dal titolo “Hanno chiuso il Cie di Lamezia Terme. Dopo la denuncia di Repubblica. it”, a firma della giornalista Raffaella Cosentino. Il Cie di Lamezia Terme gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto 4 , risulta essere completamente aperto e mai nessun provvedimento di chiusura risulta essere stato adottato ad oggi, né dalla Prefettura di Catanzaro, né tanto meno dal Ministero dell’Interno. Non risponde neppure a verità l’affermazione contenuta nell’articolo, secondo la quale sono stati apposti sigilli alla struttura e che la stessa è stata svuotata. Nessun provvedimento di sospensione e/o sequestro, o confisca è stato da nessuna Autorità disposto nei riguardi della struttura, che si ribadisce risulta essere del tutto aperta e funzionante. Il centro di Lamezia Terme, dunque, è regolarmente aperto ed attualmente sono ospitati nello stesso numero cinque utenti dal mese di giugno 2012. La notizia, pertanto, non solo risulta essere del tutto “falsa”, non veritiera e destituita di ogni fondamento, ma al contempo viene gettato forte discredito nei riguardi della Cooperativa Malgrado Tutto, che gestisce adeguatamente tale centro da diversi anni.

La Malgrado Tutto che aveva già provveduto a sporgere formale denuncia penale contro l’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu), per l’indagine non obbiettiva condotta sulla struttura, ora provvederà ad inviare formale nota con richiesta di immediata smentita e rettifica, ai sensi della Legge n. 47 del 1948 (art. 8) (Legge sulla Stampa), al quotidiano Repubblica. it, riservandosi comunque di adire le vie legali per il ristoro dei danni, sia al detto quotidiano che all’autrice del pezzo giornalistico fuorviante, non veritiero e denigratorio dell’immagine della cooperativa Malgrado Tutto. La detta notizia, oltre a contenere notizie non vere, gesta discredito ed offende il decoro e l’immagine di una organizzazione come la Malgrado Tutto di Lamezia Terme, che da anni svolge con grande sacrificio ed impegno un lavoro serio e altamente professionale.

Inoltre la Cooperativa Malgrado Tutto, oltre a smentire le notizie non veritiere di cui sopra precisa che, in Italia la figura del Cie (Centro di identificazione e di espulsione), di fatto non esiste e che poche sono le strutture ad avere in effetti tale destinazione d’uso con riconoscimento effettivo. Per lo più esistono strutture (caserme o palestre) adattate Il a tali funzioni, mentre il centro e l’impianto di Lamezia Terme è uno dei pochi ad essere dotato dell’effettiva destinazione d’uso per tali finalità. Inoltre, la cooperativa Malgrado Tutto, ha da sempre operato nel rispetto delle regole, operando in locali e strutture di sua proprietà che sono rispettose del vivere umano e di quelle che sono le effettive esigenze dei soggetti ospiti.

Ad oggi i costi di rimborso gestione per tali impianti nell’ultimo periodo sono stati notevolmente ridotti e portati dagli originari euro 46,00 per soggetto agli attuali euro 28,00, che certamente, decurtando le spese da affrontare, non coprono e non soddisfano quello che dovrebbe un servizio all’altezza da erogare ai detti soggetti da ospitare. Nonostante ciò, la Magrado Tutto è andata avanti garantendo servizi di qualità e consoni agli ospiti che attualmente risiedono nel centro. La Malgrado Tutto, intende continuare nella erogazione di tali servizi, ma nella speranza che tali forti tagli di spesa vengano rivisti, altrimenti non si potrà proseguire nel servizio richiesto e dunque è la stessa cooperativa che rifiuterà di proseguire con tale tipo di aggiudicazione di appalto.

Cooperativa Malgrado Tutto

La risposta del Viminale. 
Dunque, l’aver anticipato la notizia della chiusura del CIE di Lamezia Terme 5, ha indotto i responsabili della Cooperativa “Malgrado Tutto” a scrivere una smentita. Allo stato delle cose però, dopo la conferma della chiusura avuta, prima dalla Prefettura di Catanzaro, e poi direttamente dal Ministero dell’Interno, la cosa che davvero sembra “destituita di fondamento” è solo la replica dei responsabili della Cooperativa. Ecco infatti cosa risponde il Viminale alla nostra richiesta di chiarimento: “Con riferimento alla sua richiesta, si comunica che, superati gli adempimenti amministrativi necessari, il CIE di Lametia Terme sarà chiuso.I migranti presenti sono, alla data odierna, in numero di 5 e si sta provvedendo al trasferimenti da quella struttura ad altro centro”.  
Segreteria Ufficio Stampa e Comunicazione Ministero dell’Interno

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