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La Campagna prevede attività di ricerca, di informazione e di sensibilizzazione culturale finalizzate ad approfondire la conoscenza del reale impatto sociale ed economico della presenza dei cittadini stranieri e delle minoranze rom nel nostro paese.

Pubblicato su cronachediordinariorazzismo.org

Campagna “I diritti non sono un costo”

I diritti non sono un “costo” è uno slogan provocatorio.
Lo abbiamo scelto per la realizzazione di attività di ricerca, di informazione e di sensibilizzazione culturale finalizzate ad approfondire la conoscenza del reale impatto sociale ed economico della presenza dei cittadini stranieri e delle minoranze rom nel nostro paese.
La garanzia dei diritti umani (civili, politici e sociali) fondamentali comporta sicuramente dei “costi” per lo Stato. Ma i diritti non sono merce o non dovrebbero esserlo anche quando si tratta di garantirli alle persone straniere. In una società che scelga come priorità quella di assicurare condizioni di vita dignitose alle persone, questi costi sono (o dovrebbero essere) indiscutibili e non negoziabili.
L’ossessione per il contenimento della spesa pubblica induce tutti a considerare con maggiore attenzione il tema della speding review. E’ allora utile approfondire l’analisi delle politiche connesse al governo delle politiche migratorie e di inclusione sociale dei cittadini stranieri provenienti da paesi terzi per ricondurre nelle giuste direttrici un dibattito pubblico che sino ad oggi è stato condizionato dalle strategie politico-elettorali più che dall’analisi accurata dei dati disponibili.
Le politiche di austerità stanno colpendo duramente i cittadini europei più fragili, soprattutto nei paesi dell’Europa Meridionale; crescono le diseguaglianze di reddito e il taglio della spesa pubblica imposto dalle istituzioni comunitarie ha individuato nelle politiche sociali uno dei suoi bersagli principali. In tale contesto il rigurgito di razzismo rischia di travolgere l’Europa anche grazie alla propaganda strumentale di quei movimenti e di quelle forze politiche che tentano di fondare sul nazionalismo, sull’incitamento all’odio e alle discriminazioni il proprio consenso elettorale. Si tratta di un rigurgito che va contrastato in tutte le forme e con tutti gli strumenti disponibili.
Sono raccolti in questa pagina i risultati di più di un anno e mezzo di lavoro: i rapporti di ricerca sulla spesa pubblica, il video e l’appello utilizzati per condurre una campagna di sensibilizzazione contro il razzismo e per la garanzia dei diritti di cittadinanza e dieci schede sintetiche nelle quali cerchiamo di decostruire alcuni dei luoghi comuni più diffusi con riferimento ai migranti e alle minoranze presenti nel nostro paese.

Il video "I diritti non sono un costo" è stato realizzato da Elia Fofi e Gianandrea Caruso per conto delle associazioni Gli asini e Lunaria. Le voci di Anna Bravo, Ascanio Celestini, Gad Lerner, Alina Marazzi e Marino Sinibaldi intervengono a sostegno di una campagna di sensibilizzazione contro il razzismo e per la garanzia dei diritti di cittadinanza.

Per vedere il video clicca qui: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/i-diritti-non-sono-un-costo/

 

Continuano le tappe della Campagna LasciateCIEntrare nelle università.

Il 3 giugno saremo a Torino per l'incontro "Mai più CIE", realizzato in collaborazione con Human Rights and Migration Law Clinic.

Università di Torino, Campus Luigi Einaudi

Lungo Dora Siena 100

Aula D1 ore 15:00

Segue alle ore 19:30 la presentazione del Libro di Alessandra Ballerini "La Vita ti sia Lieve" presso Caffè Basaglia.

MEDU - Medici per i Diritti Umani dopo la visita al CIE di Bari, di seguito il comunicato stampa.

CIE di Bari al di sotto degli standard minimi di dignità

Nonostante il 9 gennaio 2014 il Tribunale di Bari avesse disposto lavori di ristrutturazione ritenuti “indifferibili e necessari”, a quasi cinque mesi dalla sentenza le aree abitative del CIE destinate ai migranti risultano  ancora ben distanti dall’assicurare standard dignitosi di vivibilità. I servizi igienici di alcuni moduli versano in vere e proprie condizioni di fatiscenza. Agli operatori di MEDU è stata vietata la raccolta della documentazione fotografica dei locali. Il centro di Bari, oltre a rappresentare una struttura dai costi umani inaccettabili, conferma ancora una volta l’inefficacia e l’irrilevanza del sistema dei CIE nel contrasto dell’immigrazione irregolare: nei primi quattro mesi del 2014 solo un migrante su tre detenuto nella struttura pugliese è stato effettivamente rimpatriato.

Roma, 3 giugno 2014 - Lo scorso 29 maggio un team di Medici per i Diritti Umani (MEDU) è tornato a visitare il CIE di Bari a due anni dalla prima visita, risalente a luglio 2012, che aveva messo in luce le critiche condizioni strutturali e ambientali in cui versava il centro. La struttura è oggi gestita dal Consorzio Connecting People con un budget giornaliero di 27,8 euro per trattenuto, uno dei più bassi attualmente assegnati per la gestione di un CIE. Come al momento del  primo accesso, quando erano in corso lavori di ristrutturazione in seguito ad una rivolta avvenuta nell’agosto del 2010, anche in occasione dell’ultima visita, il centro risultava solo parzialmente utilizzato - tre moduli su sette, con 74 migranti trattenuti a fronte di una capienza complessiva  di 80 posti al momento della visita e di 112 secondo quanto previsto dalla convenzione per la gestione del centro - a causa di interventi  di ristrutturazione resisi necessari in seguito ad una sentenza del Tribunale di Bari.  Il 9 gennaio infatti, accogliendo le istanze dell’azione popolare promossa dall’associazione Class Action Procedimentale, il giudice aveva fissato un termine perentorio di 90 giorni  per l’esecuzione dei lavori ritenuti “indifferibili e necessari” a garantire le condizioni minime di rispetto dei diritti umani all’interno del CIE.

A quasi cinque mesi dalla sentenza, MEDU ha potuto constatare come  le aree abitative destinate ai migranti risultino ancora ben al di sotto degli standard minimi di dignità. In particolare il team ha avuto modo di visitare sia uno dei moduli interessati dai lavori sia un’area non ancora ristrutturata ma che, nonostante ciò,  continua ad ospitare gli stranieri  trattenuti. Nel modulo interessato dai lavori, la ristrutturazione ha riguardato esclusivamente i servizi igienici mentre il resto dei locali – alloggi, sala mensa e aree comuni- versa ancora in condizioni di grave degrado. Nel modulo non ancora sottoposto ad interventi di manutenzione le condizioni degli ambienti appaiono ancora più precarie. In particolare, al momento della visita, i servizi igienici risultavano del tutto fatiscenti, maleodoranti e parzialmente inutilizzabili. L’odore di fogna è persistente e pervade quotidianamente tutti gli ambienti, inclusa la sala mensa, come testimoniato con insistenza  dai trattenuti presenti e riscontrato in modo diretto dagli operatori di MEDU, i quali non hanno potuto raccogliere nessun tipo di documentazione fotografica per esplicito divieto della Prefettura. L’allestimento di un campo di basket  in prossimità degli alloggi (in ottemperanza a quanto stabilito dal Tribunale), oltre a quello già esistente di calcetto, non è certo misura sufficiente a sanare le carenze strutturali ed igienico-sanitarie del centro e se possibile rende ancora più evidenti, per contrasto, le degradanti condizioni di vita all’interno dei moduli di trattenimento in cui i migranti sono obbligati a trascorrere le loro giornate.

“Qui si rischia di impazzire” è l’espressione più ricorrente usata dai trattenuti in tutti i CIE visitati. “Devi comportarti come una persona molto anziana per sopportare questa attesa. Dormire il più possibile, mangiare quello che ti danno, guardare la tv e ancora dormire” sostiene A., un giovane albanese che vive e lavora in Italia dal 2002, senza essere mai riuscito a regolarizzare la propria posizione.  Secondo quanto dichiarato sia dai rappresentanti della Prefettura sia dagli operatori del centro, l’orientamento generale  adottato al CIE di Bari è quello di non prolungare mai il trattenimento dei migranti oltre i sei mesi, il che rappresenta un’implicita ammissione della totale incongruità dei diciotto mesi previsti dall’attuale legge sull’immigrazione come tempo massimo per la detenzione amministrativa all’interno di un centro di identificazione ed espulsione.

Del resto, il CIE di Bari, oltre ad essere una struttura non in grado di assicurare condizioni di trattenimento dignitose, conferma ancora una volta l’inefficacia e l’irrilevanza del sistema dei CIE nel contrasto dell’immigrazione irregolare come, tra l’altro, chiaramente evidenziato dai dati nazionali riferiti al 2013. Secondo i numeri forniti dall’ente gestore, infatti,  nei primi quattro mesi del 2014 solo un migrante su tre (il 31%)  transitato nella centro è stato effettivamente rimpatriato. In questo senso, la performance del CIE di Bari risulta addirittura peggiore rispetto alla media già fallimentare degli altri centri italiani.

In considerazione anche delle recenti aperture del Governo circa la definitiva chiusura dei centri di Gradisca d’Isonzo e Bologna, MEDU torna a chiedere il definitivo superamento dei centri di identificazione ed espulsione (vedi le proposte alternative alla detenzione amministrativa nel rapporto Arcipleago CIE) e, in coerenza con quanto stabilito dalla normativa europea, la riduzione del trattenimento dello straniero a misura di extrema ratio.  Del resto, gli stessi dati di tutti questi anni (vedi grafico) dimostrano che il sistema dei CIE, oltre che confliggere con alcuni basilari principi di civiltà, non trova giustificazione alcuna nel contrasto dell’immigrazione irregolare.

Ufficio stampa – 3343929765 / 0697844892 info@mediciperidirittiumani.org

Medici per i Diritti Umani (MEDU) Onlus, organizzazione umanitaria indipendente, porta avanti dal 2004 il programma “Osservatorio sull’assistenza socio-sanitaria per la popolazione migrante nei CPTA/CIE”. MEDU aderisce alla campagna LasciateCIEntrare. Il rapporto Arcipelago CIE (2013) è stato realizzato con il contributo di Open Society Foundations.

 

Roma 10 giugno 2014

Al CIE di Ponte Galeria, i migranti della sezione maschile hanno iniziato lo sciopero della fame. Continua una protesta  in realtà mai finita; tutti i giorni attendono documenti che mai arrivano poiché i tempi delle pratiche sono infiniti, chiedono senza avere risposte,  non si sentono "garantiti" durante le udienze con i Giudici di Pace, e a ragione, protestano contro la mancanza di diritti che ogni volta gli vengono  negati e calpestati. Un vero abbandono da parte delle istituzioni, in assenza di una certezza giuridica, per un “reato” non commesso, sottratti della libertà personale, garantita invece dalla Costituzione.

Ponta Galeria ospita persone che nel CIE non dovrebbe neanche esserci, eppure troviamo “cittadini italiani, chi aspetta il permesso di soggiorno, chi è in Italia da 30 anni, donne incinte, persone che avrebbero bisogno di assistenza medica e sanitaria adeguata”.

I migranti espiano una pena senza aver commesso un reato, questo è Ponte Galeria. Uno dei 13 CIE operativi, fino a qualche mese fa in Italia.

La Campagna LasciateCIEntrare continua e vuole dar voce alle storie  di queste persone che vivono sulla propria pelle l'esperienza  CIE, voci non ascoltate, voci di essere umani che vivono momenti che pochi, forse, riescono a capire.  Mai ad accettare. Dal CIE questa la testimonianza audio raccolta dalla campagna LasciateCIEntrare da uno dei migranti che ha iniziato lo sciopero della fame. Voci da dentro, che raccontano ancora sotto silenzio, non seguite dai media, per questo fanno appelli ai giornalisti e alla stampa:

https://soundcloud.com/lasciatecientrare/7-giugno-2014-testimonianza-da-ponte-galeria?in=lasciatecientrare%2Fsets%2Fmanifestazione-maipiucie

“Abbiamo problemi con il Giudice di Pace, lui arriva, fa la convalida, ti da 30 giorni, poi altri giorni di proroga a 60 giorni, senza farci parlare, senza motivo e senza vedere i documenti.  Questo lo dobbiamo comunicare a qualcuno!”

Questo uno dei grandi problemi: il sistema delle udienze di convalida e di proroga relative alla permanenza degli stranieri nei CIE.  Per questo che i migranti scrivono una lettera all'Ufficio Immigrazione della Questura di Roma che ne affronta il tema delicato e significativo.

Nella lettera i migrati  protestano contro  le udienze di convalida  che si svolgono in modo troppo sbrigativo, e non approfondiscono gli aspetti soggettivi ed oggettivi di ciascuno di loro. Questo determina ad una condizione di detenzione che può arrivare fino ad un anno e mezzo. Infatti, il trattenimento, pur essendo un provvedimento formalmente amministrativo, si traduce di fatto in una misura che limita la liberta' personale dei cittadini stranieri e che, quindi, necessita della convalida di un Giudice per divenire esecutivo.

Un’ interpretazione giuridica  che condiziona la vita delle persone, delle persone che continuano ad essere trattenute in un CIE. In un limbo che è un’assenza del diritto stesso.

La Campagna LasciateCIEntrare

Foto di @Roberta Lulli, CIE di Ponte Galeria -  2013

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