In gran parte delle visite effettuate nei vari centri di accoglienza calabresi, abbiamo conosciuto contesti in cui ciò che dovrebbe essere ordinario diventa straordinario e viceversa, situazioni in cui le persone accolte vivono in una dimensione di indeterminatezza e di servizi scarsi e inesistenti.

Restiamo, per questo, quantomeno sopresi da quello che abbiamo avuto modo di rilevare all’interno di alcuni dei Centri di Accoglienza Straordinaria coordinati dall’Impresa Laura Prezzo, e i cui servizi vengono gestiti dall’associazione Lumarento, nata, così come ci viene specificato dal presidente della stessa associazione, incontrato durante la visita presso il CAS di Tarsia, un paio d’anni fa.

Il 16 Dicembre 2017, infatti, ci siamo recati presso quest’ultimo centro di accoglienza straordinaria, in cui sorgeva fino a pochi anni fa l’azienda agrituristica “Mandria del Dottor Toscano”. La titolare, Prezzo Laura Anna, è attualmente responsabile della struttura di accoglienza.

Il CAS è aperto da marzo 2016 e ospita 19 persone, tutti uomini adulti. Nella struttura vi lavorano 5 persone: 1 operatore sanitario, 1 operatore legale, 2 traduttori, 1 operatore notturno. Al momento del nostro arrivo sono presenti tre operatori, tra cui il presidente dell’associazione, e qualche ospite. Alcuni di loro stanno riposando e altri, come ci raccontano i pochi presenti, stanno lavorando nelle vicine campagne.

Gli operatori ci lasciano entrare senza resistenze e ci presentano una situazione alquanto positiva; durante la visita ci rendiamo conto che quel poco che riusciamo ad ascoltare dagli ospiti è coerente con la descrizione fatta dagli operatori.  

Gli ospiti sono tutti iscritti al SSN ad eccezione degli ultimi 5 o 6, arrivati da soli 4 mesi, che possiedono il codice STP. Tutti, a detta degli operatori, hanno fatto richiesta di asilo e possiedono il modello C3 e la maggior parte ha sostenuto l’audizione presso la Commissione Territoriale. Solo 3 persone hanno ricevuto la protezione umanitaria, mentre gli altri ospiti hanno ricevuto esito negativo. A tal proposito gli operatori, per fare ricorso avverso i rigetti della protezione internazionale, hanno provveduto a mettere in contatto gli ospiti del centro con l’avvocato Adriano D’amico che opera all’interno dello sportello “G. Commisso”, presso l’Associazione Culturale Multietnica La Kasbah Onlus a Cosenza.

La struttura, essendo stata in funzione fino a pochi anni fa, appare in ottimo stato, composta da piccole stanze in ognuna delle quali risiedono 3 o 4 ospiti e con una grande stanza comune in cui vengono effettuati 2 volte a settimana i corsi di lingua italiana. E’ dotata di caldaia a GPL e condizionatori in ogni stanza con gestione autonoma. Abbiamo preso visione delle stesse ed effettivamente risultavano calde e pulite. Le lenzuola vengono cambiate ogni 15 giorni mentre l’abbigliamento viene distribuito solo dietro richiesta degli ospiti. Per quanto riguarda il cibo, nonostante la struttura sia provvista di spazi adeguati per cucinare, si è preferito appoggiarsi al servizio di catering.

Gli operatori ci raccontano che per facilitare la tracciabilità dei flussi di denaro, i pocket-money vengono erogati ogni settimana sotto forma di buoni spesa in negozi convenzionati nella sola città di Tarsia. Manifestiamo le nostre perplessità rispetto alla pratica dei buoni spesa che, a nostro avviso, non da agli ospiti sufficiente libertà di scelta su come e dove spendere i propri soldi. D’atra parte, gli operatori ci dicono che è possibile convertire i buoni spesa in moneta ogni qualvolta venga richiesto. Questa informazione viene confermata dai due ospiti con cui siamo riusciti a parlare, i quali non evidenziano alcuna problematica relativa alla gestione del centro. L’aspetto più controverso che i migranti accolti sottolineano, riguarda gli estenuanti tempi di attesa per l’ottenimento dei documenti che rallentano il percorso di integrazione nel territorio. A tal proposito, gli operatori ci raccontano che sono riusciti a far stipulare dei contratti di lavoro stagionale per una decina di ragazzi.

L’elemento meno positivo risulta essere indubbiamente la distanza della struttura dal centro abitato e dai mezzi pubblici. Così come spesso accade, la localizzazione periferica dei centri di accoglienza rallenta, se non annulla, il percorso di integrazione e la libera circolazione degli ospiti, i quali per arrivare nei centri abitati sono costretti a percorrere lunghe strade a piedi o chiedere agli operatori di essere accompagnati.

Al termine della visita, gli operatori ci informano che l’associazione gestisce i servizi anche per altri due Centri di Accoglienza Straordinaria a Spezzano Albanese e a Roggiano Gravina.

Il 13 gennaio 2018 ci rechiamo, allora, presso il CAS di Spezzano Albanese, sicuri di poterlo visitare. Con nostro stupore, però, l’operatore che troviamo, una volta comunicata telefonicamente la nostra richiesta di visitare il centro al presidente dell’associazione, ci vieta l’ingresso. Un atteggiamento decisamente antitetico rispetto a quello tenuto durante la prima visita nel CAS di Tarsia, che insinua in noi alcuni dubbi sulla situazione all’interno della struttura. Rimaniamo, dunque, sull’uscio della porta e chiediamo alcune informazioni all’operatore che ci comunica che nell’appartamento vivono 9 persone di diverse nazionalità: Burkina Faso, Mali, Guinea, Nigeria. Non ci tratteniamo per molto e cerchiamo di parlare con qualche ospite all’esterno della struttura che appare abbastanza vecchia, ma comunque centrale e vicina ai servizi di base del territorio. Uno degli ospiti è ben disposto ad interloquire con noi ma non rileva alcuna problematica specifica rispetto alla gestione del centro. Ci dice di possedere il modello C3 e la tessera sanitaria; ciò che invece lamenta è di non essere stato ancora convocato presso la Commissione Territoriale.

Il 17 febbraio 2018, infine, ci rechiamo a Roggiano Gravina. Al nostro arrivo, non ci sono operatori e all’esterno del Centro, un appartamento all’interno del centro storico della cittadina incontriamo un primo ospite che è bene disposto a parlare con noi. Non visitiamo la struttura poiché alcuni stanno dormendo. Il ragazzo, prontamente raggiunto da altri ospiti, ci racconta che all’interno dell’appartamento vivono 6 persone provenienti dalla Costa d’Avorio, dal Mali e dal Gambia, che tutti sono stati convocati presso la Commissione Territoriale e che solo uno di loro ha ricevuto la protezione umanitaria. Ci raccontano di ricevere puntualmente i pocket money e che regolarmente seguono il corso di lingua italiana. Affermano che uno dei vantaggi di questo appartamento è la posizione strategica che ha all’interno del paese. Questo si trova di fatto proprio nel centro storico, a due passi dalle strade più popolate di Roggiano e ciò garantisce agli ospiti maggiore autonomia e possibilità di incontro con la popolazione autoctona. Anche qui, i ragazzi lamentano le lungaggini burocratiche che li costringono a permanere a lungo all’interno dei circuiti di accoglienza e la mancanza di accesso a corsi di formazione professionalizzanti.

All’interno del perverso sistema di accoglienza italiano, dunque, in cui l’ottenimento dei più elementari diritti umani appare la più sorprendente delle concessioni, i centri visitati rappresentano, tutto sommato, un’esperienza di buona accoglienza, in cui i servizi previsti da direttive, capitolati ministeriali e convenzioni varie, vengono garantiti. Resta, però, l’ambiguo atteggiamento tenuto in occasione della visita al centro di Spezzano Albanese, all’interno del quale non siamo riusciti ad entrare e del quale abbiamo raccolto solo parziali informazioni.

 

Si ringrazia la delegazione costituita da: Luca Mannarino (attivista), Cinzia Pietramala (attivista), Luana Ammendola (attivista), Fabrizio Liuzzi (attivista), Francesco Granata (attivista)

 

La Campagna LasciateCIEntrare nel centro potentino: “un lager di stato”. Nonostante le numerose denunce, non si arrestano le deportazioni, la violazione dei diritti e le violenze ingiustificate della Polizia. I referenti: “Nuovo nome, vecchi abusi”. La relazione

 

In data 28 Marzo la Campagna LasciateCIEntrare ed Osservatorio Migranti Basilicata, assieme all’Europarlamentare Eleonora Forenza, ha effettuato l’ingresso al C.P.R. di Palazzo San Gervasio.

Nel centro, gestito dalla società Engels SRL Italia, si trovano attualmente 82 persone, prevalentemente di nazionalità tunisina; ma vi sono anche nigeriani, marocchini, un egiziano, uno srilankese, un curdo-siriano, un ghanese, un guineano, alcuni bengalesi e pakistani.

Al nostro ingresso vediamo alcuni tunisini scortati da due poliziotti in quelli che sono i container dedicati ai colloqui con gli avvocati. Il detenuto che vediamo è accompagnato da due poliziotti, uno dei quali porta il manganello fuori dal fodero ed impugnato “al contrario”. Gli accompagnamenti successivi mostrano che si tratta di una modalità comune: ci viene infatti riferito dallo stesso avvocato in quel momento presente che i suoi assistiti sono fortemente intimiditi dalle modalità delle forze dell’ordine. Inoltre, l’avvocato ha difficoltà a parlare con il suo assistito che non conosce altra lingua che l’arabo. Si sottolinea che durante i colloqui la porta della stanza viene rigorosamente tenuta aperta.

43 dei tunisini presenti all’interno del CPR provengono dall’Hotspot di Lampedusa ed hanno tutti fatto domanda d’asilo. Gli altri sono nel Centro per scadenza del loro titolo di soggiorno o per identificazione in seguito ad un periodo di detenzione.

Tutti i cittadini tunisini incontrati provenivano dall’Hotspot di Lampedusa dove vi sono rimasti per una media di 66 giorni e dove hanno richiesto asilo. Ci raccontano che la formalizzazione della richiesta è stata fatta solo una volta arrivati al Cpr. Alcuni hanno dichiarato: “ho chiesto asilo il 2 febbraio e me l’hanno accettato qui il 15 marzo o non ancora ho compilato il C3”. Si ritiene quantomeno anomalo se non del tutto illegittimo che dopo un trattenimento a Lampedusa di oltre 65 giorni e l’arrivo nel CPR non tutti siano ancora riusciti a formalizzare richiesta di asilo.

Rimarcano tutti le pessime condizioni dell’hotspot di Lampedusa e della loro detenzione de facto all’interno del centro.  

In particolare dicono “dopo aver chiesto asilo e prima di trasferirci ci è stato chiesto di firmare un foglio per accettare il trasferimento in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, non sapevamo cosa c’era scritto né che saremmo stati condotti in un C.P.R.. Il mediatore a Lampedusa non ci ha mai fornito informazioni corrette o non ci ha tradotto i documenti a noi presentati”. Inoltre ci raccontano di aver visto il giudice per la convalida dopo circa 3 o 4 giorni dall’arrivo, contravvenendo quindi la normativa vigente che stabilisce che le convalide di trattenimento vengano fatte entro del 48 ore dall’arrivo. Le innumerevoli difficoltà di accesso del loro avvocato nominato ha fatto sì che in fase di convalida non fosse presente durante le udienze, contravvenendo anche in questo caso alle norme relative al diritto di difesa. Il venerdì 23 marzo alcuni trattenuti sono stati portati in serata, secondo quanto riferito dai cittadini tunisini ed alle 15 secondo quanto riportato sulle convalide (sarebbe da chiarire questa discrepanza attraverso i registri), al tribunale di Potenza, dove pare gli sia stato chiesto qualcosa sui fatti di Lampedusa e sui motivi che li hanno portati in Italia, dopodiché gli hanno chiesto di firmare un verbale; alla loro richiesta di traduzione non hanno dato documento tradotto e li hanno minacciati per spingerli alla firma: alcuni hanno firmato, altri pare di no. il mediatore avrebbe detto che dovevano firmare per forza e avrebbe detto contestualmente che “il loro avvocato non è proprio un avvocato”.

Uno di loro riferisce che dall’arrivo non è mai riuscito a parlare con i familiari ed anche qui al C.P.R., nonostante le ripetute richieste, non è ancora riuscito a chiamarli. Sono dunque tre mesi che non ha alcun contatto con il suo Paese: una situazione che lo ha fortemente provato e che lo ha spinto a chiedere dei calmanti per poter dormire. Non è l’unico a dover far uso dei calmanti: alcuni altri infatti presentano uno stato fortemente alterato dall’uso evidentemente eccessivo di queste sostanze. Dopo aver chiesto a più riprese di poter visionare i registri di carico/scarico farmaci e di ricevere informazioni dettagliati sull’eventuale uso di sostanze psicotrope, ci è stato riferito che non era possibile perché il medico non era presente al momento della visita (sono le ore 17). Dell’orario di presenza del medico non riusciamo ad avere informazioni precise né un dettaglio dei turni orario. Ci viene riferito che va via alle 17:00. La nostra delegazione è giunta alle 16:30 e già evidentemente non era più in struttura. Al suo posto vi è un infermiere, che non abbiamo però incontrato, nonostante più sollecitazioni a voler parlare con un referente dell’assistenza medica.

Tra i cittadini reclusi vi è un tunisino proveniente dall’hotspot di Lampedusa che presenta una tumefazione alla mano sinistra ed una “fasciatura” da lui improvvisata con l’uso di un maglietta: ci riferisce che lunedì 26 marzo, in seguito ad urla ad alta voce pronunciando Hurria (libertà) in risposta a delle voci che provenivano da un presidio esterno, sono stati immediatamente costretti nelle stanze e manganellati a casaccio dai poliziotti presenti nel Centro.

Nella fuga uno uomo sarebbe caduto e, secondo quanto riferitoci dalla responsabile, si è ferito a seguito della caduta e nessuno dei poliziotti ha alzato le mani contro di lui. Tutti i detenuti presenti smentiscono quanto viene riferito dalla responsabile e sono pronti a testimoniare. Tutti i detenuti hanno confermato la versione secondo cui i poliziotti sono entrati nelle stanze picchiando a casaccio i presenti. La responsabile non ha voluto mostrarci la lista della polizia di turno presente in quella data, chiarendo che non poteva farlo in presenza dei tunisini che potevano capire cosa stavamo dicendo. Si fa presente che era con noi un mediatore di nazionalità tunisina, indispensabile per poter parlare con i detenuti di quasi esclusiva lingua araba.

La struttura è costituita da gabbie non coperte nella zona tetto, alte circa 3 metro e mezzo. Le pareti sono lisce ed in materiale antiurto su cui è particolarmente difficile arrampicarsi.

In ogni caso il detenuto ha ricevuto, in seguito a visita medica, una pomata ma nessun antidolorifico: non sarebbe stata fatta alcuna radiografia, benché lo stesso lamenti di aver continuo dolore.

Dopo segnalazione all’avvocato Bitonti – che ringraziamo- la stessa ha sollecitato in data odierna una radiografia per il suo assistito ed è stata disposta una rx.

Della difficoltà di accesso ad assistenza sanitaria adeguata oltre che a quella legale riferiscono tutte le persone intervistate.

Tra i cittadini, vi è anche un cittadino tunisino con disabilità unilaterale destra, che ha con sé copia del tesserino di esenzione per prendere trasporti pubblici ed accedere ai servici sociali in Tunisia.

Nel centro è detenuto un trentenne, la cui compagna residente a Milano ed in stato di gravidanza ha fatto richiesta di poter sposare il padre del bambino in arrivo al più presto, per poter affrontare la gravidanza con maggiore serenità e garantire che il padre del piccolo le sia accanto.

In uno dei blocchi è presente un cittadino nigeriniano fortemente vulnerabile che andrebbe seguito in maniera adeguata e non certo in un C.P.R.. Alla richiesta di presenza di protocolli con strutture esperte in vittime di tortura o presenza di psicologi, ancora una volta le informazioni ricevute sono state sommarie e poco chiare; la responsabile del centro ha rimandato nuovamente ad una richiesta di accesso agli atti.

All’interno del CPR vi è un cittadino curdo-siriano con lo status di rifugiato ottenuto in Germania, che si trova nel Centro per non ben chiari motivi rispetto ad indagini nei suoi riguardi. Non esiste formale condanna, a quanto da lui riferitoci, per la quale dovrebbe eventualmente ritrovarsi in un carcere e non in un CPR, né ci sono stati forniti elementi utili a comprendere la sua presenza nel CPR.  Ribadiamo ancora una volta che il CPR è un centro di detenzione amministrativa e non un Centro dove vengono rinchiusi autori di crimini, né, tanto meno, persone eventualmente indagate.

Un cittadino srilankese con cui è difficile comunicare, perché non conosce l’italiano e parla poco inglese, presenta notifica della polizia italiana da cui si evince che dovrebbe essere stato dublinato in Francia nel mese di Febbraio, ma è stato invece condotto al CPR di Palazzo San Gervasio. Egli stesso mostra la notifica chiedendo spiegazioni perché non ha evidentemente compreso, per assenza di mediazione e traduzione nella lingua a lui nota al momento della notifica, quanto ordinato, sia rispetto al rientro in Francia per regolarizzare la sua posizione che al motivo per cui si trova al CPR. Riteniamo indispensabile che questa persona abbia accesso a mediazione adeguata per poter comprendere la sua situazione e lo stato dei suoi diritti.

L’assenza di mediatori di lingua bangla risulta critica anche per alcuni cittadini bengalesi ivi presenti, che non comprendono l’urdu, la lingua parlata dal mediatore presente al momento della visita.

Ci preme riportare che nel CPR è presente un cittadino pakistano, che vi si trova detenuto dopo aver scontato pare 12 anni di carcere per omicidio (non abbiamo avuto modo di verificare alcuna documentazione) e che è in evidente stato di confusione ed avrebbe necessità di assistenza di tipo differente vista la sua situazione di vulnerabilità psichica.

Vi sono inoltre alcuni ex richiedenti asilo che dopo il diniego dell’ultimo grado di giudizio sono stati portati direttamente nel CPR, almeno a quanto riferitoci. In questi casi i trasferimenti sarebbero avvenuti direttamente dal CARA di Bari e gli stessi ci comunicano di non aver compreso dove sarebbero stati portati. Sono cittadini nigeriani, ghanesi e guineani. In questo caso nessuno di loro è  stato sufficientemente edotto relativamente al significato del loro iter giuridico né hanno ricevuto corretta informazione ad esempio relativamente alla possibilità di rimpatrio assistito, previsto dalla normativa e che rientra nelle possibilità di libertà di scelta della persona, che, informata in tempo ed adeguatamente,  avrebbe potuto scegliere quanto meno un rientro non coatto o altre vie, come ad esempio la reiterazione di domanda d’asilo.

Va evidenziato che tutti i cittadini tunisini provenienti da Lampedusa son stati accusati dell’incendio all’hotspot di Lampedusa dell’8 marzo, senza che vi fosse mai stata un’istruttoria, come si evince dalle convalide in loro possesso. Per l’incendio sono stati arrestati 4 tunisini, di cui solo uno è rimasto nel carcere di Agrigento, poiché ritenuto colpevole dei fatti accaduti, mentre gli altri sono stati rilasciati in data 17 marzo 2018.

Nello specifico, nei provvedimenti di trattenimento dei cittadini tunisini emessi dal Questore di Agrigento, adottato ai sensi dell’art. 6 comma 2 lett. C del Dlgs n.142/2015, si evidenzia il motivo dell’invio al CPR: “ il cittadino straniero costituisce un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, in quanto lo stesso, nella giornata dell’8 marzo, unitamente ad altri connazionali inscenava una vibrata protesta all’interno dell’hotspot di Lampedusa, che culminava con l’incendio di alcuni locali posti al primo piano di un padiglione, poneva comportamenti diretti ad impedire il soccorso degli ospiti rimasti nelle stanze del piano terra del fabbricato, nonché bloccava insieme ad altri connazionali l’accesso all’interno dell’area interessata dall’incendio delle autopompe dei vigili del fuoco impedendone l’intervento per oltre 10 minuti, bloccando finanche l’evacuazione del personale civile in servizio nella struttura stessa, creando con il suo comportamento una turbativa concreta per l’ordine e la sicurezza pubblica all’interno del centro”.

Tale accusa è presente in tutti i provvedimenti ed è uguale per tutti i cittadini tunisini presenti nell’hotspot, che in convalida hanno negato di aver preso parte ai fatti dell’8 marzo descritti dal provvedimento del questore. Nonostante le loro dichiarazioni, date anche durante la raccolta di interviste nella visita odierna, il Giudice del tribunale di Potenza  ha ritenuto di convalidare i trattenimenti presso il CPR di Palazzo San Gervasio, diversamente da quanto fatto dal Giudice di Torino che scrive: “la motivazione posta a fondamento della ritenuta pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica si risolve in una descrizione dei fatti generica, per altro riferita ad un grande  numero di richiedenti asilo priva di qualsiasi riferimento della posizione del singolo, come invece impone l’art. 6 co. 2 D L.vo 142/2015, che prevede una valutazione caso per caso”. Questa valutazione non è stata evidentemente effettuata, eppure tutti i tunisini ora trattenuti al CPR di Palazzo San Gervasio, continuano ad essere ritenuti “pericolosi”, in dispregio alle leggi precedentemente citate. Per questo motivo l’avvocato nominato ha presentato riesame delle convalide di trattenimento.

Esprimiamo forte preoccupazione relativamente alla facilità con cui viene dichiarata pericolosa una persona per il solo motivo di trovarsi in un luogo, senza che venga ascoltata la versione del singolo o ricostruita una dinamica degli accadimenti.  Consideriamo inoltre che gli eventi sono accaduti nell’hotspot di Lampedusa in cui le persone si trovavano trattenute da oltre 65 giorni, pur dovendovi restare un massimo di 72 ore, in condizioni di vita disumane e degradanti, come si evince dalle foto a più riprese pubblicate e dai loro racconti

Inoltre, rileviamo che i tempi di liberazione in caso di regime penale sono stati rapidissimi, a differenza di quanto sta accadendo al CPR di Palazzo San Gervasio, in cui il giudice decidendo di convalidare il trattenimento sta costringendo le persone ad un’ulteriore privazione della libertà, che sta fortemente provando i richiedenti asilo tunisini.

Quanto sta accadendo ai tunisini trattenuti al CPR di Palazzo San Gervasio è di enorme gravità e auspichiamo che i riesami siano celeri e sottraggano le persone da quest’ingiusta e prolungata detenzione.

Infine si fa presente che molte delle lamentele riguardavano l’impossibilità di spegnere la luce durante la notte, non essendovi predisposta possibilità di spegnimento per ogni stanza di detenzione.

Alla luce di quanto riscontrato, abbiamo prontamente inviato richiesta alle autorità competenti affinchè vengano attuate tutte le misure necessarie a favorire la liberazione dei tunisini provenienti dall’hotspot di Lampedusa illegittimamente ivi trattenuti.

E’ quanto mai urgente che venga tutelato il diritto alla difesa e disposte tutte le misure utili ad un colloquio tranquillo con il proprio avvocato e che venga a tutti data la possibilità di contattare i propri familiari.

E’ fondamentale che venga messa a disposizione una figura di mediatore adeguata all’avvocato durante i colloqui o che possano disporre di proprio mediatore di fiducia, non limitandone l’accesso. E’ necessaria adeguata mediazione per tutti i cittadini ivi detenuti e che vengano tutelate le persone che hanno subito violenza da parte delle forze dell’ordine del Centro.

Si ringrazia l’On. Eleonora Forenza per la presa in carico delle segnalazioni e per la disponibilità mostrata. A lei esprimiamo la nostra solidarietà per gli ignobili attacchi del Sindacato di Polizia. Ringraziamo, inoltre, l’Avv. Angela Bitonti per l’instancabile lavoro di tutela dei diritti dei cittadini reclusi.

 

Il 18 gennaio 2018, al Tribunale Militare di Napoli, si è tenuta l'udienza conclusiva del processo nei confronti di 8 militari, fra i quali il responsabile dell’operazione, il Marò Metrangolo, già Sergente della Brigata S. Marco del Secondo Reggimento di Brindisi, imputato di peculato militare pluriaggravato, per aver sottratto, sulla nave Chimera, nella notte del 25 ottobre 2013, migliaia di euro e molti gioielli ai numerosi profughi siriani tratti in salvo nel corso dell’operazione.

I fatti

Il 3 ottobre e l’ 11 ottobre 2013 sono due date che tutti ricorderemo per sempre, come quelle che hanno visto la morte tragica di centinaia di uomini, donne e bambini. 

386 uomini morirono il 3 ottobre e 286 l’11 ottobre (il cd naufragio dei bambini) . 

Anche se ancora oggi sono centinaia le persone che continuano a morire in mare a causa delle politiche europee, le due tragedie ricordate misero in mostra gli evidenti ritardi e le colpevoli omissioni di soccorso nelle operazioni di salvataggio, e, successivamente al risalto mediatico dei due naufragi, il Governo Italiano rispose con l'operazione Mare Nostrum. 

Dopo poche settimane dall’inizio di quest’operazione, circa 100 profughi siriani vennero salvati, ma, detto salvataggio ebbe risvolti davvero vergognosi.

Secondo quanto ricostruito dalle testimonianze, la Corvetta della Marina Militare F556 “Chimera” intervenne nel pomeriggio del 25 ottobre salvando decine profughi siriani (70 adulti e 30 minori), che rischiavano di naufragare.

Quando si trovarono a bordo della nave Chimera uomini, donne e bambini, prima di ricevere le cure idonee e l’accoglienza che si aspettavano da li aveva salvati, per prima cosa vennero perquisiti dai militari, con la finalità “dichiarata” di verificare se avessero sulla loro persona armi o altri oggetti atti ad offendere.

I militari della nave Chimera, secondo quanto evidenziato dall’indagine successiva, a seguito della denuncia di alcuni profughi, avrebbero perquisito i profughi, costringendo in particolare le donne, a depositare denaro e oggetti personali, fra cui gioielli e telefoni di ultima generazione, in alcuni sacchetti senza alcun codice identificativo, senza redigere verbale di ritiro, violando così le disposizioni contenute nel ruolo “Controllo dei flussi migratori” (CFM). 

Tale sottrazione era assolutamente illegittima, atteso che, sia il denaro sia i monili “sequestrati” non erano assolutamente da considerare “oggetti atti ad offendere” e andavano immediatamente riconsegnati ai proprietari.

L’inchiesta, che ipotizzava i reati di peculato militare e violata consegna, scaturì dalla segnalazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale Militare di Napoli, immediatamente allertato, che dispose immediatamente accertamenti demandati sia alla Capitaneria di Porto, sia al Comando Militare di Brindisi sia alla squadra mobile di Agrigento. 

Secondo quanto scaturito dalle dichiarazione di parte dei profughi – non tutti decisero di denunciare l’accaduto – i Marò, artefici dell’illegittima sottrazione, si sarebbero appropriati di una somma pari a 35 mila euro e 26 mila dollari, oltre decine di migliaia di euro in monili – collane, anelli, bracciali ecc. –

Tra le persone presenti sulla nave che avevano preso parte alle operazioni, ne sono stati  indagati 8, tra marò e marinai. 

I profughi si accorsero della sottrazione, avvenuta nella notte, solo quanto giunsero a Geraci (PA), allorquando i sacchi per la spazzatura dove erano stati stipati i loro beni, e al cui interno avrebbero dovuto trovare anche i più piccoli sacchetti nei quali erano stati riposti i monili, i telefoni ed il denaro, furono rinvenuti squarciati.

Un piccolo profugo, nel corso della notte, sceso dalla tolda per recarsi nel bagno sito nei pressi della prua, dove i sacchi erano stati stipati, vide i soldati rovistare tra i sacchi, ma solo dopo ne parlò con i familiari.

Sentito nel corso dell’incidente di esecuzione tenutosi presso il Tribunale di Agrigento, confermò quanto rappresentato ai suoi familiari, riuscendo ad identificare uno dei responsabili.

I profughi, che si erano privati di tutti il loro beni per affrontare il viaggio che li avrebbe sottratti ai bombardamenti, e che avevano portato con sé nei monili i ricordi di una vita, dopo un viaggio di tormenti e sofferenze trovarono soltanto militari freddi, avidi ed irrispettosi, che contravvenendo ai più elementari obblighi di solidarietà, hanno rubato i loro beni e con essi il sogno di raggiungere in tempi brevi i familiari in Nord Europa. 

Soltanto dopo diversi mesi, grazie ad una campagna di solidarietà, iniziata a Geraci (PA), quasi tutti/e riuscirono a ricongiungersi ai propri cari.

La sentenza

Il 18 gennaio 2018 la sentenza del Tribunale Militare di Napoli ha dichiarato 3 dei militari indagati responsabili del reato di violata consegna pluriaggravata in concorso, ma constatato il difetto di giurisdizione – i beni sottratti non erano stati “sequestrati”, ma arbitrariamente sottratti -  per il Marò è stata ordinata la trasmissione degli atti al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento, con la contestazione di furto aggravato.

Degli ulteriori imputati – sottufficiali della Marina di stanza sulla nave Chimera ma non marò - 3 sono stati condannati per violata consegna, per non aver impedito la sottrazione dei beni: uno a sei mesi e due a tre mesi di reclusione militare, con beneficio di sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziario!

Come attiviste ed attiviste riteniamo che i fatti accaduti siano di una gravità enorme, ancor più dato che i reati sono stati commessi da militari contro persone inermi ed appena “salvate”. 

Un abuso odioso e violento, in cui militari da salvatori in pochi secondi si sono tramutati in predoni, trasformando la felicità della salvezza in disperazione e sgomento.

Questo non è stato un episodio isolato: altri profughi vennero in quei giorni derubati ma non hanno inteso sporgere querela, e, per le poche denunce presentate non è stato possibile proseguire l’azione penale in assenza di fattuali riscontri.

Fatto è che, dopo l’incardinamento di questo processo non si sono più verificati furti sulle navi, e, solo quanto effettivamente “pericoloso” trattenuto dai militari a bordo delle navi con rilascio di formale verbale di sequestro…. 

Il nostro impegno insieme agli uomini ed alle donne che tanto hanno subito è quello di continuare a seguire l'iter giudiziario di questo processo innanzi al Tribunale di Agrigento, a continuare a batterci affinché non si ripetano  mai più vergogne del genere. 

Continueremo a pretendere Verità e Giustizia. 

Ringraziamo l’avvocata Liana Nesta che ha portato avanti questa battaglia, la Procura Militare di Napoli che ha con ogni mezzo sostenuto l’accusa, il Sindaco di Geraci e tutti gli altri testimoni che hanno affrontato lunghi viaggi per portare il loro contributo affinché il Tribunale Militare di Napoli potesse accertare la verità, e, prima di tutti, tutti gli uomini e le donne vittime dell’ennesimo abuso, dell’ennesima violenza, che nonostante tutto continuano a combattere per i propri diritti.

Rete Antirazzista Catanese, Campagna LasciateCIEntrare, Associazione Thomas Sankara Napoli  

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